Bonjour o As-Salamu Aleykum: Beirut è ancora la Parigi del Medio Oriente?

31/01/2018 18:15Letture: 35

[dalla rivista di geopolitica francese Outre-Terre. Traduzione a cura dello Staff di COSMO]

Premessa

È un sabato di aprile, ore 2 del mattino. Il volo Alitalia sta sorvolando il cielo di una luminosa e vivace Beirut. A fare da sottofondo musicale a questo spettacolo, che vale l’intera cifra chiesta dalla nostra compagnia di bandiera per condurci nella cosiddetta “Parigi del Medio Oriente”, vi è una canzone di Fayrouz, la nota interprete libanese, intitolata “Li Beirut”, un inno alla “Signora”, come gli arabi chiamano Beirut, arrangiato sulle musiche della principale opera del compositore spagnolo Joaquìn Rodrigo, Concierto de Aranjuez (1939). Teoricamente non potrei ascoltare il lettore mp3 durante la fase di atterraggio, ma siamo già nello spazio libanese, e si sa, nel Libano vi è una certa allergia alle norme troppo rigide. Inoltre, in perfetto stile italo-libanese e più in generale mediterraneo, il nostro volo osserva un ritardo di circa trenta minuti. Un lasso di tempo, tuttavia, utile per fare la prima delle riflessioni che ci porteranno a rispondere a una domanda dagli importanti esiti geopolitici regionali: quanto è ancora influente la Francia in un Paese, il Libano, che nel secolo scorso era stato un suo protettorato?

Passeggiando nell’aeroporto internazionale di Beirut “Rafiq Hariri”, appena scesi dall’aereo, si ha immediatamente l’impressione di non essere certo in un Paese arabo nel vero senso del termine. È il Libano, una terra dalle infinte contraddizioni e sempre sull’orlo del precipizio. Ce lo ricordano i soldati di UNIFIL, sbarcati anche loro a Beirut nella stessa notte e pronti a lasciare la capitale libanese alla volta del sud.

Guardo le pubblicità, i cartelloni, le indicazioni… c’è rimasto poco di francese qui. Piuttosto, l’aeroporto internazionale di Beirut è conscio di dover accogliere soprattutto personaggi provenienti dal Golfo, sia arabo che persico, che attualmente detiene il principale peso geopolitico e socio-culturale nel Paese e che gioca quel ruolo che la Francia aveva svolto fino agli anni Ottanta.

Alla luce delle rivoluzioni arabe, l’indebolimento dell’influenza politica e culturale francese nella regione sembra essere un dato di fatto. Ciò è evidente anche e soprattutto in un Paese storicamente, culturalmente e politicamente proiettato verso la Francia, come il Libano. I radicali mutamenti demografici degli ultimi trent’anni in Libano hanno certamente contribuito a questo indebolimento, soprattutto a livello culturale e politico.

Accenni di storia: l’Indipendenza

Era il 1916 quando l’allora Società delle Nazioni affidava alla Francia il mandato di Libano e Siria. Quattro anni dopo, anche su impulso della storica comunità cristiana libanese, in particolare quella maronita, la Francia istituì come indipendente lo Stato cosiddetto del “Grande Libano”, nel 1920, permettendo così al Paese di recuperare i suoi naturali territori geografici di confine e i suoi altrettanto naturali accessi al mare: Tripoli a nord, Sidone e Tiro a sud, Beirut al centro. Fu in particolare grazie al Patriarca maronita, Monsignor Howayyek, che il Libano ottenne questa ricomposizione. Egli si recò a Parigi alla conferenza di pace del 1919, alla testa di una delegazione libanese, per sostenere la causa di un Libano dotato di confini che lo rendessero in grado di provvedere alla propria autosufficienza alimentare [Georges Corm, il Libano contemporaneo: storia e società, Jaca Book, Milano (2006)].

La bandiera del Grande Libano durante il mandato francese

Già nel 1922 esisteva un consiglio rappresentativo, non diverso nella forma dall’attuale Parlamento libanese, composto da trenta deputati eletti su base confessionale-territoriale. Ancora grazie al lavoro di lobbying cristiano-maronita tra Parigi e Beirut, nel 1941 la Francia annunciò che il Libano sarebbe divenuto indipendente. Così fu due anni dopo, nel 1943, ma solo nel ’46 le truppe francesi abbandonarono il Paese.

Il 1943 rappresenta un anno importante per la storia del Libano: non fu soltanto l’anno dell’Indipendenza formale dalla Francia, ma anche quello del Patto Nazionale, mai scritto e tutt’oggi in vigore, secondo cui le diverse cariche istituzionali vengono divise fra le comunità religiose del Paese.

Gli anni Cinquanta e Sessanta: gli anni d’oro

Definire Beirut soltanto la “Parigi del Medio Oriente” è riduttivo. La sua fisionomia moderna esisteva già prima degli anni del mandato francese. Beirut è cananea, fenicia, ellenica, romana, araba, ottomana, francese. Tra alcuni decenni, si leggerà forse che Beirut è stata anche “saudita, del Golfo, iraniana, anglosassone”.

Tuttavia, l’impatto che il colonialismo francese ha avuto sulla cultura, la società, la politica e anche l’urbanizzazione di Beirut e del Libano è stato forte ed evidente. Giunti a Beirut, i francesi si trovarono a far fronte a uno sfavore popolare, che gestirono in questo modo: per conquistarsi il consenso, incontravano lontano dalle stanze del potere gli uomini forti, i leader (zu’ama), i quali, da buoni fenici, arrivavano a un accordo in cambio del loro sostegno. A distanza di un secolo, poco è cambiato.

Un altro pilastro su cui i francesi avevano fatto leva, e le cui ripercussioni si faranno sentire fino ad oggi, riguardava il ceto medio, in particolare quello cristiano, attivo nel settore imprenditoriale, commerciale, bancario e professionale. Saranno queste potenti famiglie cristiane, assieme al Patriarcato maronita, a giocare un ruolo fondamentale a livello politico-diplomatico per la nascita, con il beneplacito francese, del Libano odierno, allora conosciuto come “Grande Libano”.

Nel suo testo “Beirut, Libano: tra assassini, missionari e grands cafés”, Riccardo Cristiano parla del “metodo Place de l’Étoile”. Ai francesi va il merito di aver sanato la Beirut di quegli anni, anticipando di circa un secolo l’attività che oggi i contingenti multinazionali chiamano “CIMIC” (Civil-Military Cooperation): ricostruzione e assistenza alla popolazione in cambio di consenso. Riccardi ricorda: “Le strade venivano allargate, i vecchi carretti scomparivano. Le lampade a gas andavano in pensione, sostituite da quelle elettriche, visto che la rete ormai era estesa a tutta la città, come del resto quella idrica. L’ingresso di Beirut in una nuova era veniva suggellato dall’apertura dell’aeroporto cittadino, costruito dal genio militare francese (…) All’inizio degli anni Trenta, il rappresentante del governo francese, l’Alto Commissario de Martel, ripianava il debito libanese liberando enormi capitali per l’ammodernamento della città, il potenziamento del porto e del sistema viario”. Ebbe così inizio la “francesizzazione” urbanistica, e quindi culturale e politica del Libano. I francesi, in questo senso, stavano cercando di fare di Beirut la “Parigi del Medio Oriente”, di cui oggi rimane la “Place de l’Etoile” beirutina, nota come la “Piazza dell’Orologio”, nel cuore pulsante della capitale libanese.

Dopo l’Indipendenza, nel 1943, il Libano è un Paese votato alla totale apertura verso l’Occidente. Nonostante le costanti e forti pressioni verso l’arabizzazione – in particolare dopo il 1948 – di un Paese che ancora oggi si sente più fenicio che strettamente arabo, il Paese dei Cedri era divenuto meta turistica, culturale ed economica non soltanto degli arabi, ma soprattutto degli occidentali. È la sua posizione geografica e culturale fra Occidente e Oriente che valse al Libano diversi appellativi come “Perla d’Oriente”, “Parigi del Medio Oriente”, “Svizzera d’Oriente”, ecc.

Il calo del peso geopolitico. Dal 1983 al 2005: due pesanti attacchi all’influenza francese in Libano

Anche a seguito di forti spinte verso un’arabizzazione del Paese, il sistema-paese libanese comincia ad incrinarsi già alla fine degli anni Cinquanta, e collasserà completamente il 13 aprile 1975, anno in cui ha inizio ufficialmente la guerra civile.

È nella seconda metà degli anni Settanta, ma soprattutto negli anni Ottanta, che Parigi inizia gradualmente a perdere la sua storica influenza linguistica, culturale e politica in Libano. Come ha ricordato Amin Gemayel, ottavo Presidente della Repubblica libanese dal 1982 al 1988, in quegli anni la Francia era fortemente presente in Libano, dal punto di vista accademico, sanitario, culturale, politico, economico e di sicurezza. Anche durante gli anni della guerra civile, la Francia giocò un ruolo importante e aveva ancora una certa influenza sull’opinione pubblica. Quando nei primi anni Settanta i cristiani libanesi, e le Falangi in particolare, cercarono di dire al mondo che la presenza militare palestinese in Libano avrebbe trascinato il Paese in una grave crisi e messo in pericolo la loro stessa esistenza, la comunità internazionale non si dimostrò incline a sostenere le loro richieste. Afferma il Presidente Gemayel: “La comunità internazionale in generale, e in particolare quella occidentale, ritiene che la soluzione della questione palestinese consista nella “nazionalizzazione” dei palestinesi ovunque essi si trovino. La comunità internazionale non lo dice chiaramente, ma è questo il suo piano. In linea generale, i paesi occidentali sono favorevoli a questa soluzione, perché è in linea con la politica israeliana in tal senso. Ovviamente, ciò non poteva essere accettato dal Libano, che dal 1948 aveva iniziato ad accogliere un alto numero di profughi palestinesi. Nel 1975, la comunità cristiana non aveva altra scelta che difendersi: difendere le proprie famiglie, le proprie case, i propri villaggi, la sovranità del Paese. I cristiani dovevano difendersi dalle aggressioni, perché non erano stati loro i primi ad aggredire. Gli altri paesi, anziché sostenerci, dietro le quinte sostenevano i palestinesi e la loro causa, al fine di applicare il piano della “nazionalizzazione”. La Francia era fra quei paesi, anche se non lo diceva chiaramente. Ricordiamo che quando Jacques Chirac si recò in visita in Libano negli anni Novanta, egli dichiarò: la questione libanese dipende dalla soluzione della questione palestinese, e quindi la ‘nazionalizzazione’ dei palestinesi”.

Sul piano storico e geopolitico, il 1983 può essere considerato l’anno dell’inizio del calo d’influenza francese in Libano e in Medio Oriente. Il 23 ottobre di quell’anno, due autobombe a Beirut causarono la morte di 241 marines americani e 58 parà francesi. Secondo l’opinione di Gemayel, che in quell’anno era Presidente della Repubblica, si trattò di un chiaro attacco alla politica francese in Libano, e, più che in un’ottica arabo-palestinese, l’operazione va inserita in un contesto siro-iraniano, che porterà nel 1985, grazie al sostegno diretto dei Pasdaran, alla nascita ufficiale di Hezbollah, il Partito di Dio libanese. Uno scenario simile, come vedremo più avanti, si ripeterà ventidue anni dopo, nel 2005.

Questo calo d’influenza assume una forma chiara nel 1989, con la ratifica degli accordi di Ta’if, in Arabia Saudita, che posero formalmente fine alla guerra civile libanese ma che nei fatti gambizzarono una delle principali comunità del Paese – quella cristiana – e fecero del Libano un protettorato del regime siriano. Quella di Ta’if fu a tutti gli effetti una manovra arabo-saudita, non ostacolata, ufficiosamente, da Stati Uniti e Francia.

Una svolta si ha nel 1995, anno in cui viene eletto come Presidente della Francia Jacques Chirac, amico personale del defunto Rafiq Hariri, uomo dell’Arabia Saudita in Libano, uno dei protagonisti degli accordi di Ta’if. All’epoca, Mr. Lebanon – come veniva soprannominato Hariri – era già primo ministro da tre anni. Al riguardo, Gemayel dichiara: “Hariri aveva una forte e profonda influenza su Chirac. Prendiamo ad esempio il caso siriano. Quando inizialmente Hariri non si era opposto al regime di Damasco, Parigi non aveva promosso una politica di condanna nei confronti di questo regime, nonostante fosse cosciente della sua crudeltà. Al contrario, quando Hariri iniziò a condannare il regime siriano, la Francia cambiò politica”. Dunque, più che una sinergia politica tra Francia e Libano o un’influenza francese sulla politica libanese, vi era un forte legame tra le due maggiori personalità di quei paesi: Chirac e Hariri. Fu questo legame, e non lo Stato francese, ad influenzare il Libano. Tuttavia, in questo scambio, la politica francese era più influenzata da Hariri di quanto Hariri non lo fosse dalla politica francese. “In quel periodo, il legame più forte che la Francia aveva in Libano era con la famiglia Hariri. I legami di Parigi con le altre personalità libanesi passavano per Rafiq Hariri”, ha ricordato Gemayel.

È proprio nel contesto di questo forte legame e quindi dell’allineamento francese alla politica di Hariri in Libano e nella regione, che va inserito l’attentato del 14 febbraio 2005 a Beirut, in cui perse la vita l’ex premier libanese. Dichiara Amine Gemayel: “Quando Hariri fu assassinato nel 2005, la Francia considerò questo omicidio come un attacco a se stessa. Se non ci fosse stato questo forte legame, la Francia non avrebbe mosso forti pressioni per il ritiro delle forze siriane dal Libano e non avrebbe promosso in prima linea il Tribunale Internazionale Hariri”.

Dunque, quello del 2005 non fu soltanto un attentato alla vita di Hariri ma, come era stato nel 1983, un attacco al cuore dell’influenza francese in Libano. Questa ostilità nei confronti di alcune politiche di Parigi, diffusa in certi ambienti siro-iraniani e quindi hezbolliani, trova riscontro anche nel trattamento riservato ai militari francesi che operano all’interno di UNIFIL, nel sud del Libano, da parte della popolazione locale largamente leale al Partito di Dio. Come ha ricordato il Presidente Gemayel, gli attacchi e gli incidenti degli ultimi anni contro i militari francesi sono da considerarsi messaggi diretti a Parigi da parte di gruppi che gravitano nell’orbita siro-iraniana, e non si può escludere che provengano direttamente dall’Iran e da Hezbollah.

Su questo aspetto, il dott. Salah Honein, avvocato e già deputato nel Parlamento libanese, in cui fu membro della Commissione sulla Francofonia, fornisce un quadro chiaro della situazione: “La Francia non è presente nel sud come forza militare francese ma sotto il cappello, politico e militare, delle Nazioni Unite. Tuttavia, la questione va direttamente ricollegata alla risoluzione 1559, e alla percezione che si è trattato di una manovra francese più che internazionale. Dunque, gli attacchi degli ultimi anni contro i militari francesi nel sud sono da interpretare come un messaggio alla Francia più che all’ONU. Bisogna però cambiare questa percezione, perché si tratta di una missione multinazionale e non francese. La base di questa errata percezione è l’assenza di uno Stato forte e sovrano in Libano, in grado di controllare un territorio come quello del sud. Questa problematica riguarda anche l’influenza di Hezbollah nella regione meridionale. Noi sappiamo che la risoluzione 1701 impegna lo Stato libanese a fare in modo che ci sia soltanto l’Esercito nazionale libanese sul territorio. Dunque, abbiamo un problema all’interno dello Stato: qui vi è una milizia, come la vogliamo chiamare, dentro lo Stato. Non si possono avere due Eserciti, due Ministeri delle Finanze, due Dogane, due Apparati di Sicurezza Interna all’interno dello stesso Stato. Hezbollah, non essendo un’istituzione statale, non è nella posizione di prendere decisioni che riguardano tutto lo Stato, come ed esempio quelle inerenti alla guerra. Nel momento in cui il governo francese assume una posizione a favore della sovranità del Libano o un’altra decisione percepita da Hezbollah come “avversa”, ecco che il modo più celere e diretto per inviare un chiaro messaggio a tale governo è quello di farlo colpendo i militari francesi che operano all’interno di UNIFIL. Si tratta di un chiaro messaggio, a volte indiretto, da parte di Hezbollah alla Francia, non da parte dello Stato libanese alla Francia”.

Anche sul piano politico interno libanese, il 2005 rappresenta l’inizio del declino dell’influenza francese. Come è stato evidenziato da diverse fonti locali, fra cui il Presidente Gemayel, in questo senso l’influenza americana risulta essere più incisiva. Questo non significa che la Francia non cerca di mantenere una posizione forte in Libano, tuttavia, come evidenziato da Gemayel, “la priorità per Parigi oggi è quella di rafforzare in particolar modo il suo legame con gli Emirati e il Golfo e tornare a giocare un ruolo di prim’ordine in Nord Africa, ma non sembra avere un piano preciso e una vision in Libano”.

Il declino dell’influenza linguistico-culturale francese e l’«arma» della francofonia

Sotto l’aspetto linguistico e culturale, negli ultimi quarant’anni la Francia ha perso la sua esclusiva in quello che nel secolo scorso era il suo protettorato. Tutti i personaggi interpellati a Beirut, concordano su questo aspetto e confermano che oggi sullo scacchiere geopolitico e linguistico-culturale regionale, sono gli Stati Uniti da una parte e i paesi del Golfo dall’altra a giocare un ruolo di maggiore influenza. Gli americani, come ricordato da Gemayel, sono più solidi e stimolanti dal punto di vista universitario, politico, strategico, economico e commerciale. Aggiunge l’ex Presidente libanese: “Sono le giovani generazioni che cambiano la cultura di un Paese. Le generazioni degli anni Settanta e Ottanta erano linguisticamente e culturalmente francesi. Oggi, i nostri giovani sono profondamente influenzati dalla cultura americana: internet, la musica, la televisione. Il maggiore desiderio oggi degli studenti universitari è quello di laurearsi in Università americane. Queste Università non insegnano il francese, ma quelle francesi, oggi, non possono non insegnare l’inglese”.

Tuttavia, come evidenziato dall’On. Honein, il Libano continua a mantenere un’anima francese. Storicamente, la francofonia si è sviluppata in Libano grazie al sistema educativo e scolastico gesuita, in particolare agli istituti scolastici e universitari, come ad esempio l’antica Università “Saint-Joseph”, polo della francofonia in Libano. Nonostante la presenza della storica Università Americana di Beirut (AUB), fondata nella seconda metà del 1800 da missionari americani, fino agli Ottanta, il sistema culturale francese aveva l’esclusiva nella società istruita libanese. Parliamo di anni in cui l’inglese non veniva ancora percepito come la lingua del business e degli affari. È dalla metà degli anni Sessanta circa che si registra, in Libano, l’inizio del calo della francofonia a favore della cultura anglosassone, inizialmente per ragioni legate al mondo degli affari e al lavoro. Secondo il dott. Honein, due sono gli aspetti da analizzare. Il primo è di carattere sociologico. Oggi, buona parte della società libanese vuole imparare, oltre all’inglese, lingue come lo spagnolo, l’italiano, il tedesco e anche il cinese. Queste lingue fanno oramai parte dei programmi universitari. Il desiderio di imparare “nuove” lingue che non siano il francese e l’inglese, nasce da cambiamenti demografici e storico-sociali. In particolare, durante gli anni della guerra libanese, molti libanesi sono emigrati in paesi dell’America Latina, ma anche in diversi Stati europei, fra cui l’Italia e la Germania. Dunque, vi è stata un’apertura a nuovi modelli linguistici e culturali, e ciò ha fatto del Libano un Paese ancora più aperto verso altre lingue e culture. Dichiara Honein: “In passato, erano le Università a venire in Libano. Negli anni, la tendenza si è invertita: i libanesi hanno cominciato ad emigrare, scegliendo le Università che a loro si addicevano, in paesi diversi dalla Francia o dagli Stati Uniti. Oggi, il principale fattore di pressione sulla francofonia in Libano, e quindi sul suo modello culturale, è rappresentato dal sistema linguistico-culturale americano. Si tratta di un dato di fatto: l’inglese è la lingua mondiale del business, e chi vuole lavorare non può non studiare e conoscere questa lingua. Se oggi vuoi concludere una negoziazione o siglare un contratto a livello internazionale, devi conoscere l’inglese, non il francese. Se vuoi lavorare con qualsiasi Paese estero, devi sapere l’inglese. Dunque, è questo il secondo fattore di pressione sul modello linguistico e culturale francese: il fattore economico e commerciale. Ciò ha influenzato, e non di poco, anche le scelte degli studenti universitari che si affacciano sul mondo del lavoro. Oggi, buona parte degli studenti opta per Università anglofone, consci delle opportunità, soprattutto internazionali, che questo sistema offre”.

Nel 2012 ebbi l’opportunità e l’onore di incontrare presso il suo ufficio il Professore francese René Chamussy, gesuita, 21esimo Rettore della principale università francofona del Libano, la USJ (Université Saint-Jospeh), deceduto lo scorso anno. Riguardo a questa tema, il Professor Chamussy, che ha vissuto ininterrottamente in Libano dal 1969 e che, nonostante conoscesse l’arabo-libanese, aveva insistito a parlare con me, a Beirut, esclusivamente in francese, mi disse: “E’ una questione di marketing che ha influenzato la cultura. Se vuoi vendere il tuo prodotto, la pubblicità deve essere in inglese”.

Volendo fornire un esempio reale e concreto, mentre negli Ottanta quattro studenti su cinque studiavano secondo un sistema linguistico e culturale francese, oggi la tendenza è inversa. Le vecchie generazioni libanesi erano solo francofone, oggi sono (sempre meno) francofone e (sempre più) anglofone. “La tecnologia stessa è anglofona!”, ricorda Honein. Fino agli anni Ottanta, la distinzione in Libano tra formazione universitaria francofona e formazione anglofona era ancora chiara. Oggi il sistema universitario è cambiato: si può iniziare in un’università francofona e laurearsi in un’altra anglofona.

Al riguardo, emerge un certo ritardo di Parigi rispetto al mondo anglosassone: l’inglese resta la lingua del business mentre il francese è maggiormente utilizzato quale lingua della cultura.

Poi va preso in considerazione un ulteriore aspetto fondamentale per comprendere l’indebolimento della cultura francese in Libano, direttamente legato alla questione demografica. Buona parte delle generazioni libanesi cresciute secondo il modello educativo e culturale francese – parliamo dunque del periodo fra gli anni Cinquanta i primissimi anni Novanta – oggi si trova all’estero, e con sé ha portato quel tipo di formazione e mentalità. Questi libanesi ricordano oggi che fino agli inizi degli anni Novanta, la gioventù libanese, in particolare quella cristiana, era linguisticamente e culturalmente francese. Non si ascoltava musica araba, e non si frequentavano locali con atmosfera araba. Tutto cambia con gli accordi di Ta’if, e in fretta. Nell’arco di due o tre anni – durante l’occupazione militare siriana e il forte vento che soffiava dal Golfo – l’immagine del paese è cambiata. Abbiamo assistito a un’arabizzazione. Le alleanze sono cambiate, e il popolo libanese ha iniziato a guardare con altri occhi all’Occidente. Negli ultimi quindici anni, vi è stata una vera e propria invasione culturale, sostenuta sia dal mondo sunnita – Arabia Saudita e Golfo – che da quello sciita – l’Iran e di riflesso Hezbollah. E ciò ha fatto perdere la bussola occidentale del popolo libanese.

Sul particolare aspetto dello storico rapporto fra comunità cristiana libanese e Parigi, Honein aggiunge: “La Francia di oggi non è più quella di cento anni fa. Nel secolo scorso, vi era un rapporto tra una Francia cattolica e un Paese, il Libano, all’epoca a maggioranza cattolico-maronita. In questo senso, il Libano rappresentava la porta dell’Oriente per la Francia. Anche il Libano di oggi non è quello degli anni del mandato francese. La comunità cristiano-maronita aveva un ruolo diverso, grazie anche al suo numero consistente e alla sua influenza. Sotto questo aspetto, i mutamenti demografici in Libano da una parte e gli stessi cambiamenti in Francia dall’altro hanno cambiato questo rapporto. Oggi in Francia vi sono consistenti comunità musulmane, che hanno una forte influenza all’interno. Dunque, il rapporto non è più tra la Francia cattolica e il Libano maronita, ma si basa oggi su valori universali e “laici” come la libertà e i diritti umani”.

Beirut: la “porta d’Oriente” del Presidente Macron?

Oggi, è la francofonia il principale strumento di “soft-power” con cui la Francia può introdurre il suo sistema di valori, come la democrazia, l’uguaglianza e i diritti umani.

Questo desiderio da parte della Francia di continuare a mantenere la sua influenza, quantomeno culturale, nel Paese dei Cedri, “suo” vecchio protettorato, ha risconti anche nella realtà, come si evince dal ruolo svolto dalle istituzioni francesi operanti in Libano, in particolare dalle scuole e dagli istituti di formazione e culturali. In questo senso, conferma Honein, l’ambasciata francese a Beirut e l’ambasciatore sono particolarmente attivi, rispetto agli altri europei, in Libano. Lo scopo sarebbe quello di incanalare tutte le iniziative e i progetti libanesi verso l’Europa e viceversa nell’ambasciata di Parigi in Libano, di modo che la Francia continui a rimanere la porta dell’Europa per il Paese dei Cedri.

Questa, anche questa, potrebbe essere un’occasione per il Presidente francese Emmanuel Macron. Nel gennaio scorso, quattro mesi prima di essere eletto Presidente, Macron si recò in visita proprio a Beirut. Una visita che Le Parisien definì il suo “apprendistato sulla scena internazionale”. Dunque, non andò casualmente a Beirut. E, altrettanto non casualmente, incontrò Saad Hariri, figlio del defunto Rafiq che negli Anni Novanta aveva riportato indirettamente la Francia di Chiraq a giocare un ruolo di primo piano in Libano e in Medio Oriente.

E se oggi i francesi dovessero chiedersi se “Beirut è ancora la Parigi del Medio Oriente”? Ebbene, la “Signora” è cresciuta, è maturata, ma ricorda, forse con nostalgia, gli anni della sua giovinezza.

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