Tunisia, la nuova rivoluzione per il pane

12/01/2018 18:40Letture: 20

(Da Il Mattino) Sono giorni particolarmente tesi, questi, per la Tunisia: proprio mentre ricorre il settimo anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia (13 gennaio 2011), l’ondata di proteste che ha innescato la cosiddetta Primavera araba che nel 2011 ha investito la regione del Medio Oriente e Nord Africa, i tunisini sono scesi di nuovo in piazza in diverse città del paese per protestare contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione dilagante, due dei motivi che, sei anni fa, hanno guidato le rivolte contro l’allora regime dell’ex Presidente tunisino Zine al-Abidine ben Ali.

In questi sette anni, la Tunisia si è sforzata di mostrare al mondo di essere capace di prendere in mano le redini del proprio destino, e ricostruire uno Stato. Le proteste degli ultimi giorni evidenziano tuttavia la fragilità della situazione sociale e di sicurezza nel Paese, e il pericoloso vuoto lasciato dal regime di Ben Ali, che negli ultimi anni ha permesso ai gruppi terroristici di matrice ISIS di portare a termine diversi attacchi in Tunisia, un fatto relativamente nuovo in un Paese che più degli altri nella regione era meta dei turisti occidentali fino al 2011.

Nel novembre scorso, una donna con cinque figli a carico si è data fuoco a Sejnane, nel governatorato di Bizerte, come forma di protesta contro le sue disperate condizioni economiche. Sette anni prima, nel dicembre 2010, a Sidi Bouzid, Mohamed Bouazizi si diede fuoco come forma di protesta contro gli abusi della polizia e le sue disperate condizioni economiche, divenendo il simbolo dell’insurrezione popolare tunisina.

Le proteste scoppiate l’8 gennaio di quest’anno sono state innescate dalla rabbia dei cittadini tunisini per il rincaro dei prezzi previsto dalla legge finanziaria del 2018, che ha approvato l’aumento dei prezzi di una serie di beni di consumo, in primis carburante, benzina, tè, caffè e medicine, e l’aumento delle tasse di telefono e assicurazioni, e che prevede una deduzione dell’1% dagli stipendi di tutti gli impiegati come contributo ai fondi sociali in rosso. Una miscela esplosiva per un contesto socio-economico ancora troppo fragile come quello tunisino.

I partiti di opposizione tunisini hanno condannato la legge finanziaria e chiesto ai cittadini di scendere in piazza, mentre il governo guidato da Youssef Chahed l’ha difesa in quanto “necessaria”. Le proteste hanno interessato oltre venti città tunisine, comprese la capitale, Tunisi, e la “città natale” della Rivoluzione dei Gelsomini, Sidi Bouzid. I dimostranti hanno chiuso le strade e lanciato sassi, e vi sono notizie di irruzioni in banche e supermercati e caserme di polizia date alle fiamme in diverse aree del paese, cui la polizia ha risposto lanciando gas lacrimogeni, mentre il governo ha dispiegato l’esercito in diverse città a causa dell’escalation degli scontri e avviato una fitta campagna di arresti tra le file dei dimostranti. In tutto sono state oltre 600 le persone arrestate dallo scoppio delle proteste, 330 circa delle quali implicate in atti di sabotaggio e furti che hanno avuto luogo la notte del 10 gennaio.

Inoltre, le proteste hanno provocato un morto a Tebourba, 30 chilometri da Tunisi, e cinque feriti, causati dagli scontri tra le forze dell’ordine e i dimostranti. Non sono tuttora chiari i motivi del decesso del dimostrante a Tebourba.

Dopo sette anni dalla Rivoluzione tunisina, la disoccupazione ha raggiunto il 15,3%, a cui si aggiunge l’aumento dell’inflazione. Nonostante la Tunisia sia comunemente considerata l’unico paese interessato dalla Primavera araba ad aver dato vita a un modello di successo di transizione democratica pacifica del potere, al contrario di Libia, Siria e altri paesi della regione, i nove governi che si sono succeduti alla guida del paese nei sette anni successivi alla caduta del regime di Ben Ali non sono riusciti a sanare le cause economiche e sociali che avevano innescato la Rivoluzione dei Gelsomini.

Bisogna ricordare che parte della crisi economica tunisina è legata all’instabilità nella vicina Libia, considerata il secondo partner economico della Tunisia dopo l’Unione Europea, che probabilmente oggi guarda con ulteriore preoccupazione alle nuove proteste nel Paese. Già da questa estate, infatti, è aumentato il numero di migranti tunisini che hanno raggiunto illegalmente le coste italiane, aumento dovuto alla disoccupazione nel loro paese e alla diminuzione dell’arrivo di migranti dalle coste libiche. Inoltre, l’aumento dei disoccupati tunisini, soprattutto tra i giovani laureati, è una delle concause ad aver spinto migliaia di tunisini a unirsi al sedicente Stato Islamico in Siria, Iraq e Libia, attirati dalla promessa di un salario mensile.

È importante notare che la Tunisia rappresenta una sorta di “anomalia” all’interno della regione araba, un’entità politica a sé stante rispetto agli altri paesi della regione grazie all’eredità del suo fondatore, Habib Bourghiba, che nel periodo post coloniale introdusse una serie di leggi a difesa dei diritti delle donne e avviò il paese verso la secolarizzazione e all’apertura verso l’Occidente. Questa eredità, assente negli altri paesi arabi, è il motivo per cui la Tunisia è l’unico paese della regione ad aver avuto un processo di transizione democratica pacifica del potere all’indomani della Primavera araba. A sette anni di distanza dalla Rivoluzione dei Gelsomini e con il rinnovarsi delle proteste, c’è da domandarsi se questa unicità non rappresenti invece una condanna per la Tunisia, sospesa tra i nostalgici di Bourghiba e i partiti d’ispirazione islamista come Ennahda che vorrebbero un Paese meno secolarizzato. Le proteste, seppur domate, potrebbero essere soltanto la punta di un iceberg, sotto la quale si nasconde uno scontro ancora più letale, tra due anime opposte del Paese. Uno scenario da “guerra civile”, che inserito nel contesto di un’instabilità generale che caratterizza il Nord Africa, lascia intravedere all’orizzonte una seconda primavera – o autunno? – araba.

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