Il ballo del gallo decapitato: lo Stato Islamico a Barcellona.

21/08/2017 23:05Letture: 44

Soldati dell’esercito libanese impegnati in una battaglia contro l’Isis a confine con la Siria, rendono omaggio alle vittime dell’attacco di Barcellona innalzando la bandiera spagnola accanto a quella libanese.

Indebolito sul terreno in Siraq e Libia, l’Isis rimane capace di colpire in Europa sfruttando l’ideologia e la sua capacità di veicolarla sui social media.

“Gli esecutori dell’attacco di Barcellona sono soldati dello Stato Islamico”. Così, nella serata di giovedì 17 agosto, l’agenzia stampa Amaq, megafono ufficiale del sedicente Stato Islamico (o Isis), ha rivendicato il vile e ignobile attentato terroristico nel cuore di Barcellona.

Si legge nel breve comunicato circolato su Telegram e Twitter, prima in lingua araba e poi in spagnolo: “Una fonte di sicurezza all’agenzia Amaq: gli esecutori dell’attacco di Barcellona sono soldati dello Stato Islamico e hanno compiuto questo attacco in risposta agli appelli di colpire i paesi della Coalizione”. Per “coalizione” si intende la Global Coalition against Daesh, a cui partecipa anche la Spagna con poco più di 300 soldati impiegati in Iraq in attività di addestramento a favore delle forze irachene nella lotta all’Isis.

La rivendicazione ufficiale dell’attentato di Barcellona da parte dell’Isis è giunta alcune ore dopo che il furgone aveva falciato decine di persone su La Rambla, tra i primi luoghi a maggiore densità turistica nella capitale catalana.

In passato, e in attacchi simili, l’Isis aveva già pronta la rivendicazione che iniziava a circolare entro un’ora o poco più dall’esecuzione dell’attacco. Questa volta ci sono volute diverse ore, e questo è un primo aspetto che, seppur tecnico, mette in evidenza due fattori: la macchina propagandistica dell’Isis, il suo ufficio stampa centrale, ha pesantemente risentito delle sconfitte subite sul terreno – in particolare in Iraq, Siria e Libia – dal sedicente Stato Islamico (basti pensare che l’attività mediatica dell’Isis in Libia si è praticamente fermata dopo l’inizio delle operazioni militari che hanno permesso, lo scorso anno, di riconquistare Sirte, la ex capitale dell’Isis in Libia); in secondo luogo, il fatto che siano trascorse diverse ore prima della rivendicazione, sembra dimostrare ancora una volta che azioni come quella di Barcellona di ieri sono condotte da soggetti o cellule che si muovono autonomamente rispetto a una rigida scala gerarchica dell’Isis e compiono l’attacco in nome dell’ideologia e degli appelli lanciati dal cosiddetto Califfato, che a sua volta, se l’attacco appare di suo “gradimento” propagandistico, rivendica limitandosi a cambiare la data e il nome della città sul comunicato targato Amaq, divenuto un format che ripete la stessa frase: “Una fonte di sicurezza all’agenzia Amaq: gli esecutori dell’attacco sono soldati dello Stato Islamico, e hanno risposto agli appelli di colpire i paesi della Coalizione”.

Dal punto di vista investigativo, le autorità spagnole, sostenute da quelle marocchine e probabilmente dagli altri apparati occidentali, stanno lavorando in queste ore per comprendere non soltanto i dettagli dell’azione ma chi siano i responsabili. Anche perché Moussa – uno dei sospettati – sarebbe tornato dal Marocco una decina di giorni fa. Capire cosa abbia fatto in questi giorni e chi abbia incontrato potrà essere rilevante nelle indagini. A prescindere dall’identità di chi fosse alla guida del furgone – il marocchino Driss Oukabir o suo fratello Moussa – è evidente che l’attacco sia di matrice islamista violenta e che sia stato quantomeno ispirato dall’Isis e da precedenti azioni simili compiute in nome dell’Isis, come l’attacco di Nizza di un anno fa (14 luglio 2016).

L’attacco di giovedì 17 agosto è un attacco a tutta l’Europa e l’Occidente. Ma anche ai paesi arabo-musulmani che contribuiscono alla lotta all’Isis. Perché La Rambla è la via di Barcellona più frequentata dai turisti, non soltanto occidentali ma anche arabo-musulmani. Negli ultimi anni le autorità spagnole hanno smantellato diverse cellule jihadiste legate all’Isis, principalmente composte da elementi di origine maghrebina, in particolare marocchini. Soprattutto negli ultimi mesi, sono state frequenti le visite dei funzionari spagnoli in Marocco, per rafforzare la già ottima cooperazione tra i due Regni nel campo della sicurezza e della lotta al terrorismo. Ciò ha permesso di sventare numerose azioni terroristiche, ma non quella di ieri. Operativamente parlando, è molto più complesso impedire a un soggetto alla guida di un veicolo di falciare dei pedoni piuttosto che sventare un’azione che richiede l’utilizzo di esplosivi, in quanto questa seconda opzione espone sicuramente a un maggiore rischio di cadere sotto la lente degli apparati di sicurezza. L’Isis lo sa, e nella sua propaganda ha spesso fatto riferimento a operazioni simili. Lo sanno meglio i suoi “lupi” che si muovono sul terreno.

Emulazione? Distorsione e strumentalizzazione della religione? Complotto? Piuttosto, terrorismo. Terrorismo psicologico. Terrorismo che si autoalimenta sui Social Network. L’Isis, con tutte le sfumature, le ambiguità e le contraddizioni che caratterizzano questa organizzazione, sta perdendo la sua battaglia militare sul campo, dalla Libia all’Iraq, passando per la Siria. Potremmo oggi paragonare questo gruppo terroristico-criminale a un gallo decapitato, che “danza” ciecamente senza una meta, convinto di non poter vivere a lungo senza una testa, e dunque pronto a tutto perché sul terreno ha perso (quasi) tutto.

Agli osservatori era noto da tempo che all’aumento delle sconfitte sul terreno dell’Isis sarebbe aumentata la minaccia di azioni singole e autonome, ma al tempo stesso difficilmente prevedibili dal punto di vista del luogo e del tempo, nel cuore dell’Occidente, e in particolare nei paesi membri della Coalizione internazionale anti-Isis. Se è vero che il sedicente Stato Islamico ha subito pesanti sconfitte sul terreno, è altrettanto vero che la sua forza si evidenzia nell’ideologia e in particolare nella veicolazione di questa ideologia sui Social Media. L’Isis è per i giovani radicalizzati islamici ciò che per i giovani occidentali sono i giochi di violenza proposti da Play Station o Xbox: un’alternativa alla realtà, in cui l’arma di riscatto sociale è la violenza come espressione della propria forza e superiorità. Un riscatto sociale che per i musulmani nati in Occidente da genitori emigrati trova spesso la sua naturale dirompenza nella religione, o meglio nell’interpretazione errata o quantomeno a senso unico del jihad, la lotta.

Dunque, il nocciolo del problema non era Al-Qaeda ieri, non è l’Isis oggi, e non sarà il gruppo che domani sostituirà l’Isis. Questo nocciolo è rappresentato da diverse sfaccettature, in primis la convivenza di due sistemi culturali – quello occidentale e quello musulmano – che quando fallisce produce delle bolle come l’Isis, in grado di strumentalizzare ed alimentare questo contrasto rievocando nelle menti facilmente influenzabili di alcuni giovani musulmani disorientati l’idea che la loro unica forza e dignità sia nella versione oscurantista e violenta dell’Islam propagandata da una scuola di pensiero che continua ad essere diffusa in ambienti radicalizzati, tanto in Occidente quanto nei paesi arabo-musulmani.

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