Donne e lotta armata: tra combattenti curde e jihadiste dello Stato Islamico in Siria e Iraq

12/09/2016 13:22Letture: 75

5903008165Secondo lo scrittore e ricercatore egiziano Mustafa Zahran, l’escalation militare in Siria e Iraq sta facendo emergere un ruolo radicale femminile nel conflitto armato che affligge la regione, con particolare riferimento al versante siriano. In un report recentemente pubblicato sul sito web in lingua araba The World Institute, Zahran propone un’analisi dell’esperienza femminile armata nelle sue due varianti, quella religiosa e quella di sinistra, nelle aree dominate dall’ISIS: le jihadiste facenti capo all’organizzazione di Al-Baghdadi, da un lato, e le combattenti curde del PKK, dall’altro.

Il caso delle combattenti curde

Ripercorrendo la nascita del PKK, il ricercatore egiziano afferma che l’apparizione del braccio femminile armato del partito curdo risale agli anni ’70 del secolo scorso ed è stato caratterizzato dall’influenza dei “movimenti della sinistra più radicale” e del socialismo. Trasferitesi sulle montagne, diverse donne curde hanno formato unità indipendenti dedite ad attività di addestramento note con il nome di YAJK (acronimo curdo per Unione delle donne libere del Kurdistan), caratterizzate dai princìpi del socialismo marxista e dal concetto di militarizzazione della donna. Secondo il ricercatore egiziano, in linea con i princìpi del PKK, nelle YAJK si annulla qualsiasi discorso di genere: la priorità non è il genere dei combattenti, bensì il loro status di persone libere, e la donna (così come l’uomo) può definirsi libera solo a due condizioni: con la fondazione del Kurdistan indipendente e quando combatte per l’indipendenza della sua patria. Zahran aggiunge che recentemente, in particolare a seguito delle battaglie ingaggiate dalle combattenti curde contro lo Stato Islamico, il PKK e i paesi occidentali hanno esaltato la modernità del ruolo delle donne nella società curda in contrapposizione all’oscurantismo dell’ISIS.

L’evoluzione del jihadismo islamico femminile

L’attivismo armato femminile in ambito jihadista segue un percorso tormentato e complesso. All’inizio di questa parabola, che risale alla guerra in Afghanistan del 2001, il ruolo delle donne nel jihad è stato chiarito dall’allora numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, secondo il quale, in stretta ottemperanza ai princìpi della sharia, la donna non può ricoprire ruoli attivi nell’organizzazione in quanto “non è uguale all’uomo”. Nel 2009, la posizione di Al-Zawahiri è stata avallata da sua moglie nella “Lettera alle sorelle musulmane”, in cui Umayma Hassan Ahmed Muhammad Hassan scoraggia le donne dal perseguire un ruolo attivo nei combattimenti, relegandole al compito di mogli e madri dei mujahidin.

Zahran afferma che con l’escalation jihadista degli anni successivi si assiste ad un’evoluzione del ruolo della donna, sottolineando che il primo gruppo terroristico arabo a vedere la partecipazione attiva delle donne al jihad fu AQIM, dove la maggior parte delle donne impiegate nelle operazioni erano legate da vincoli di parentela ai membri dell’organizzazione. Secondo il ricercatore, “la motivazione principale che ha spinto le donne a prendere parte attiva al jihad è stato il desiderio di vendicare i parenti uccisi per mano delle forze statunitensi e occidentali”.

Lo scrittore egiziano stila quindi una lista di nomi arabi e occidentali appartenenti alle jihadiste che hanno giocato un ruolo importante nell’evoluzione dell’attivismo jihadista femminile, portandolo ad una fase di azione concreta: la statunitense Colleen LaRose, alias “Jihad Jane”, la pakistana Aafia Siddiqui, e la belga di origine marocchina Malika El Aroud. Secondo Zahran, la militanza attiva di queste donne all’interno di Al-Qaeda genera un precedente che verrà poi ereditato dall’ISIS di Al-Baghdadi. In particolare, Malika El Aroud ha esortato le donne a dare vita a un movimento femminile che rivestisse un ruolo importante nel jihad dominato dagli uomini. Questo sviluppo delle aspirazioni delle jihadiste avrà un grande impatto nell’evoluzione del movimento femminile jihadista globale, il cui culmine viene rintracciato da Zahran con la comparsa dell’ISIS.

Il ricercatore sostiene che l’ISIS ha consolidato la posizione e il ruolo della donna all’interno del Califfato in Siria e Iraq perché “non le ha messe di fronte alla scelta di combattere o di offrirsi al martirio, ma ha presentato loro diverse possibilità di scelta: essere mogli di un jihadista, ricoprire ruoli vitali nella nuova società del Califfato, dalla gestione dell’educazione religiosa di ragazzi e ragazze figli dei combattenti al fornire assistenza medica ai jihadisti e alle loro famiglie, diventare combattenti o ricoprire ruoli nel settore della sicurezza (basti pensare alle Brigate Al-Khansaa e Umm al-Rayan). Secondo Zahran, proprio questa apertura alle donne dimostrata dall’ISIS è il motivo principale che spinge numerose donne e ragazze che vivono in Occidente a unirsi al Califfato. Queste donne, specie quelle di religione musulmana, che si sentono emarginate nei paesi in cui vivono come risultato della politica di esclusione e dell’aumento dell’islamofobia, avvertono invece di poter ricoprire un ruolo attivo nella nuova società di Al-Baghdadi, che, dal canto suo, può approfittare della loro formazione nei più svariati settori, maturata negli Stati occidentali in cui hanno studiato e vissuto.

Zahran conclude il suo scritto affermando che “la minaccia rappresentata dal radicalismo femminile non è inferiore a quella della controparte maschile”, mettendo in guardia dal sottovalutarla.

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