Foreign Policy: la forza della narrativa. Il (vero) campo di battaglia dell’ISIS.

16/12/2015 17:08Letture: 172

Narratives_Foreign_PolicyIl Center for Oriental Strategic Monitoring (Cosmonitor) presenta alcuni estratti dell’articolo “Narrative are about meaning, not Truth” pubblicato sul sito web della rivista statunitense Foreign Policy a firma di Ajit Maan, autrice di Internarrative Identity e Counter-Terrorism: Narrative Strategies e collaboratrice del blog Narrative Strategies, riferimento per tutti gli studiosi della tematica.

La Maan affronta nel testo la delicata questione della narrativa dell’ISIS e del suo utilizzo a fini di propaganda e reclutamento. Si è sicuramente già scritto e parlato molto della strategia comunicativa del sedicente Stato Islamico e della sua capacità di coinvolgere i giovani militanti spingendoli ad arruolarsi nelle fila del proprio esercito o a compiere attentati in tutto il mondo. Ma la studiosa statunitense di origine indiana aggiunge un nuovo punto di vista, meno pubblicistico e più accademico-scientifico, sul tema analizzando le radici profonde del fenomeno di questa organizzazione che, grazie anche a un sapiente utilizzo della narrativa, è riuscita a mettere in atto una guerra globale.

Il suo contributo diviene così fondamentale in un momento in cui i Paesi occidentali e quelli arabi e islamici si mobilitano per contrastare l’espansione dell’ISIS concentrandosi prevalentemente sull’aspetto militare. E trascurando, sotto certi aspetti, quel “potenziale della strategia narrativa nel warfare” che, osserva la Maan “è stato fino a ogg scarsamente sfruttato”.

La confusione tra idee e narrativa

La Maan sottolinea come vi sia molta confusione su concetti quali ‘idee’ e ‘narrativa’. “Leggiamo o ascoltiamo commenti su come ‘stiamo perdendo la battaglia della narrativa’ o su come ‘l’ISIS sta (o non sta) vincendo la battaglia delle idee’”. Questo utilizzo ambiguo dei termini non ci permette di capire cosa stia funzionando, e cosa no, nella strategia di contrasto all’espansione del sedicente ‘Stato Islamico’. Per sconfiggere l’ISIS bisogna innanzitutto capire quali sono le armi utilizzate dai suoi membri, altrimenti si corre il rischio di elaborare politiche di contrasto inefficaci o addirittura dannose. In tal senso trovare un linguaggio comune, a partire dalla comprensione e condivisione di termini quali ‘idee’ e ‘narrativa’, può rivelarsi fondamentale.

“La narrativa dà forma alle idee”

La narrativa non è solo un modo di comunicare. La narrativa opera al livello neurologico della percezione, del pensiero conscio e inconscio. Opera a livello della nostra identità fornendo (o restituendo) all’individuo un’appartenenza (a una comunità, a un movimento, a un insieme di persone che condividono qualcosa) e uno scopo a essa correlato. Lo fa ricostruendone il passato, analizzandone il presente e indicandone il futuro. “Attraverso la narrativa co-costruiamo le nostre identità personali e culturali. Le idee e le convinzioni che poi condividiamo – scrive la Maan – derivano da quelle identità”. A loro volta le nostre azioni discendono da queste idee e convinzioni che la narrativa ha costruito e continua a costruire. Finché non vengono narrate, raccontate, strutturate, le idee non mobilitano all’azione.

L’idea promossa dall’ISIS è che l’Islam sia sotto attacco. Questa semplice affermazione non può, da sola, mobilitare all’azione. Può farlo però la narrativa che è in grado di fornire motivazione e significato all’idea e agli eventi, simboli, eroi che la supportano. “L’Islam è sotto attacco” diventa così un titolo, uno slogan che raccoglie, riassume una parte della narrativa dell’organizzazione. Una narrativa che si sviluppa nel passato – con gli attacchi alla popolazione musulmana cominciati con le crociate del 7° secolo -, si consolida nel presente – con le guerre e le ‘persecuzioni’ subite dai musulmani – e continua nel futuro (ma con una diretta relazione alle profezie del passato) fino all’epica battaglia di Dabiq, dove i musulmani sconfiggeranno definitivamente le forze cristiane. La storia dell’ISIS è tutta in questa narrazione, il suo destino escatologico è già segnato.

Proprio di fronte a questa rappresentazione la Maan rivela il significato (e l’enorme differenza) dei due termini ‘idee’ e ‘narrativa’. “L’ISIS – scrive la studiosa – non sta vincendo la battaglia delle idee”. Perché le idee dell’organizzazione sono in realtà piuttosto “rozze” e non riuscirebbero a mobilitare all’azione. L’ISIS ha invece una narrativa funzionale e robusta. Ed è questo il campo ‘virtuale’ su cui si sta combattendo anche la battaglia reale.

Le narrative riguardano il significato, non la verità

Le idee si caratterizzano per il loro rapporto con la realtà e possono, dunque, essere distinte in vere o false e il loro successo si basa, quasi sempre, sul valore della verità. La narrativa invece si caratterizza per la sua capacità, o meno, di influenzare. La narrativa non deve necessariamente essere vera per avere successo. “Un’idea può essere logicamente infondata e tuttavia influente se posta all’interno di una narrativa potente”, scrive la Maan. Giudicare una narrativa in base al criterio della veridicità non serve a nulla. Il potere della narrativa è nell’interpretazione. E l’interpretazione non ha nulla a che vedere con il binomio vero-falso. “La narrativa è come la poesia”, scrive la Maan. Non ha alcun senso giudicarle per il loro rapporto con il reale, la loro veridicità. La potenza di entrambe, infatti, va ricercata nella capacità di toccare la ‘pancia’ del proprio pubblico, le corde emotive. Non è un caso, sottolinea la studiosa americana, che la poesia sia particolarmente apprezzata nei circoli jihadisti. È la credibilità, non la verità, a svolgere un ruolo importante nella narrativa, a influenzare, a convincere chi la ascolta. E per essere ritenuta credibile, la narrativa deve riflettere l’esperienza vissuta dal pubblico cui si rivolge.

Per questo “tendiamo a giudicare (e non comprendere n.d.a.) la narrativa degli altri popoli da un punto di vista razionale (…). La nostra narrativa, la narrativa nella quale viviamo, solitamente non viene giudicata […] ma acriticamente ereditata.” scrive la Maan. Avviene in tutte le realtà. Ciascuna eredita la propria narrativa in maniera acritica, e sulla base di questa giudica quella degli altri.

Per questo, prosegue la Maan, la guerra della narrativa non può essere vinta sul piano della verità, contrapponendo cioè i ‘fatti veri’ (o da noi ritenuti tali) alla narrazione dell’avversario. In questo modo, infatti, non si fa altro che alimentare e consolidare la potenza del discorso narrativo dell’altro. Non è con lo scontro di civiltà che si vincerà la guerra. “Per avere successo conclude la Maan –  è necessario costruire una narrativa condivisa che lasci intatte le identità di tutte le parti […] e fornisca un’alternativa ai comportamenti violenti”. E che, all’interno di questa condivisione, decostruisca gli aspetti violenti e caratterizzanti della narrativa dell’altro nel rispetto delle regole della narrativa stessa.

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