Libia: intervista di Radio Vaticana al Direttore del Center for Oriental Strategic Monitoring.

01/09/2015 11:53Letture: 21

(Radio Vaticana) – I governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Usa condannano gli atti barbarici dello Stato islamico nella città libica di Sirte. Intanto nella citta costiera proseguono i combattimenti tra le milizie dell’Is e quelle vicine al governo Tripoli, mentre l’esecutivo di Tobruk chiede l’intervento dei Paesi arabi. Il servizio di Marco Guerra:

La condanna delle violenze del sedicente Stato islamico, l’appello a tutte forze libiche affinché uniscano le proprie forze per combattere la minaccia dell’Is e il pieno appoggio al processo di pacificazione guidato dell’inviato dell’Onu, Bernardino Leon. Tutto questo è stato ribadito in una nota congiunta degli Usa e dei principali governi europei, i quali esprimono preoccupazione per le notizie che arrivano da Sirte e riaffermano “che non esiste una soluzione militare al conflitto politico in Libia”. Intanto, secondo fonti ospedaliere, nella città costiera libica è salito a 214 morti e 556 feriti il bilancio delle vittime degli scontri in corso da una settimana, con l’Is costringerebbe i medici curare solo i propri feriti. E c’è attesa per la riunione straordinaria della Lega araba in programma domani al Cairo, dopo che il governo riconosciuto di Tobruk ha chiesto ai Paesi arabi di effettuare raid aerei contro le postazioni dell’Is. Sul radicamento dello Stato islamico in Libia, sentiamo Bernard Selwan El-Khoury, direttore di Cosmonitor:

R. – Ricordiamo, innanzitutto, che la forza di questa organizzazione, che si è autoproclamata Stato islamico, è proprio mediatica più che operativa. Questo è un primo aspetto da considerare, soprattutto se parliamo di Libia, dove l’organizzazione ha appunto annunciato la sua presenza tramite le tre province storiche della Libia – la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica – poco tempo fa, rispetto ovviamente alla sua nascita in Siria e in Iraq. E ricordiamo anche che buona parte dei membri di questa organizzazione in Libia non sono di nazionalità libica. Quindi, c’è una tendenza a rafforzare questa organizzazione, voluta dalla leadership che si trova in Siria e in Iraq, in un Paese strategico come la Libia, in quanto significherebbe essere a pochissimi chilometri dalle coste europee e in questo caso anche dall’Italia. Allo stato attuale, l’organizzazione non è ancora in grado di conquistare buona parte del territorio e le violenze che sono in atto a Sirte in questo modo dimostrano appunto che l’organizzazione si trova messa all’angolo. Ricordiamo che è stata sconfitta a Derna e a Bengasi e adesso sta cercando di mantenere il proprio controllo su Sirte, soprattutto negli ultimi giorni in cui c’è stata una vera e propria ribellione da parte di tutta la popolazione di Sirte contro la presenza di questa organizzazione, che è estranea da un punto di vista culturale e ideologico alla società libica.

D. – Chi si sta affrontando sul terreno?

R. – In questo momento, la quasi totalità delle formazioni armate in Libia – l’esercito guidato dal generale Haftar, ma anche le forze del governo di Tripoli – sono tutte schierate contro lo Stato Islamico. Questo è un punto fondamentale, strategico, se si vuole considerare un qualsiasi tipo di intervento, anche di terra, perché è una cosa di cui si sta discutendo in questi giorni e domani (18 agosto) ne parlerà anche la Lega Araba nella sua riunione. E’ nato un nuovo fronte a Sirte e le forze armate libiche, ma soprattutto i cittadini di Sirte, sono scesi in strada per combattere contro l’organizzazione. Era successo a Derna ed è successo anche a Bengasi. Nello Stato Islamico, le forze libiche, che fino a oggi sono state contrapposte, possono trovare oggi un’unione contro un nemico unico.

D. – Quindi, nelle milizie dello Stato Islamico sono presenti soprattutto combattenti stranieri?

R. – Sì, tra le file dell’organizzazione dello Stato Islamico in Libia ci sono soprattutto stranieri dei Paesi vicini: tunisini, algerini, del Ciad e di altri Paesi africani. Ci sono anche alcuni elementi del Medio Oriente, tra i quali siriani. Ricordiamo che i leader, gli emiri, buona parte di loro sono stati inviati proprio dalla regione del Siraq (Siria-Iraq), su ordine della leadership dello Stato Islamico, per formare in Libia un emirato, una provincia dello Stato Islamico.

D. – Alla luce degli eventi a cui assistiamo, l’accordo di luglio tra il governo di Tobruch e alcune fazioni non ha prodotto alcun risultato tangibile…

R. – Questo è l’aspetto più delicato ed è l’aspetto fondamentale della crisi libica. E’ vero che esiste la minaccia dell’Is che incombe e più va avanti la situazione di stallo politico, di instabilità politica nel Paese, più questa organizzazione può guadagnare campo, si può rafforzare. Quello su cui stanno puntando tutti ora – la comunità araba, ma anche la comunità internazionale – è che le forze politiche libiche possano trovare appunto un accordo, che fino a oggi non ha prodotto alcun risultato. Questo sarebbe l’unico momento in cui potrebbe esserci un accordo, perché – ripeto – esiste una minaccia che spaventa tutte le forze politiche libiche ed è l’unica minaccia che potrebbe riunire queste forze. Se non si dovesse trovare un accordo politico in questo momento, il Paese è destinato probabilmente a diventare una nuova Somalia, come ha detto il Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni.

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