Tradimenti, vendette e conflitti interni: le tante ragioni delle diserzioni nell’ISIS.

26/05/2015 09:55Letture: 109

Il fenomeno delle diserzioni e dei disaccordi con la leadership dello Stato Islamico (ISIS) ha iniziato ad assumere contorni più definiti, grazie alle testimonianze di alcuni combattenti che sono riusciti a fuggire dal controllo dell’organizzazione terroristica.

Secondo quanto riportato dai più accreditati media regionali, i disaccordi interni all’organizzazione sono dovuti a molteplici fattori, alcuni dei quali molto recenti, legati alla presunta nomina di un nuovo Califfo, alle spartizioni dei bottini di guerra, fino, come riferisce il quotidiano marocchino Al-Massae, alle defezioni causate dalle forti critiche alla gestione della leadership a Mosul, dove 13 combattenti marocchini sono stati arrestati in Iraq mentre cercavano di fuggire dall’ISIS. (nell’immagine in alto, da sinistra verso destra, Turki al-Binali, Abu Mohammad al-Joulani, Abu Khalid al-Suri)

Un report pubblicato dal quotidiano saudita Al-Sharq al-Awsat, fondato sulla testimonianza di cinque ex combattenti dell’organizzazione, ottenute tramite alcuni intermediari, documenta un altro importante fattore che ha spinto i membri dell’ISIS ad abbandonare la causa dello Stato Islamico fin dall’estate dello scorso anno: “il sentimento di essere stati traditi”.

“Quanto proclamato dall’organizzazione non trova riscontro nella realtà”

Abu Sha‘ib è un giovane siriano riuscito a fuggire dal controllo dei miliziani, trovando riparo in Turchia. Come molte altre reclute, Abu Sha‘ib ha seguito alcuni corsi “base” sulla giurisprudenza islamica impartiti da un sedicente faqih (giurisperito) dell’ISIS. Dalla sua testimonianza, emerge che il “motivo comune” che ha spinto i combattenti e i giurisperiti ad abbandonare i ranghi dell’organizzazione è che i princìpi proclamati dall’ISIS “non trovano riscontro pratico nella realtà”.

Dalle testimonianze di Abu Hurayra, cittadino libico fuggito in un Paese confinante con la Libia, e di altri tre ex combattenti tunisini che hanno fatto ritorno in patria, emerge che i primi contrasti di natura dottrinale che hanno innescato le diserzioni sono iniziati nell’estate del 2014. Agli inizi dello Stato Islamico, i maggiori giurisperiti che attorniavano l’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, tra cui il bahreinita Turki al-Binali, autore di vari opuscoli dell’ISIS, tra cui quello intitolato “Stretch Forth Your Hands To Give The Bay’ah To Al-Baghdaadi”, avevano dichiarato di rifiutare l’autorità del leader di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, accusandolo di infedeltà (takfir), perché “aveva giustificato la mancata imposizione della sharia islamica da parte dell’ex Presidente egiziano Morsi”. Questa presa di posizione aveva portato l’organizzazione a combattere non solo il regime di Bashar al-Asad, ma anche gli altri gruppi islamisti presenti in Siria e affiliati ad Al-Qaeda, tra cui il Fronte Al-Nusra, che rifiutavano di prestare giuramento di fedeltà ad Al-Baghdadi.

Secondo Al-Sharq al-Awsat, la situazione è iniziata a mutare subito dopo l’omicidio di Abu Khalid al-Suri (il Siriano), uno dei leader di Al-Qaeda in Siria incaricato da Al-Zawahiri di fare da mediatore tra l’ISIS e il Fronte Al-Nusra, morto nel febbraio 2014 in un attacco sferrato da alcuni gruppi dello Stato Islamico di cui facevano parte i tre ex combattenti tunisini succitati. Questa uccisione ha insaprito la lotta tra le due fazioni terroristiche nel momento in cui la comunità internazionale aveva cominciato a porre le basi per l’intervento della coalizione contro l’ISIS in Siria e in Iraq.

Il ben informato quotidiano panarabo scrive che “nel tentativo di ridurre il numero dei nemici, nella primavera 2014 Al-Baghdadi diffuse un comunicato ai fronti di combattimento in Siria i cui contenuti contraddicevano tutti i principi che l’organizzazione aveva imposto alle reclute”: apparentemente, Al-Baghdadi chiedeva di “perdonare l’imperdonabile” e giustificare Al-Zawahiri, precedentemente definito kafir (infedele) dalla leadership dottrinale dell’organizzazione.

Questo comunicato venne accolto con diffidenza dai combattenti dell’organizzazione, che nei corsi per diventare giurisperiti avevano appreso un solo dogma: “nessun perdono, né giustificazione nei confronti degli infedeli; i kuffar (infedeli) e tutti quelli che giustificano gli infedeli meritano la morte”. I “piccoli giurisperiti’” formati dall’organizzazione, che mettevano quotidianamente a rischio la loro vita in nome di tale principio, ritennero che il comunicato di Al-Baghdadi fosse un “apocrifo”, frutto di una congiura ordita dagli “infedeli” seguaci di Al-Zawahiri per confondere i combattenti dell’ISIL.

Dal momento che molti combattenti dell’organizzazione ignorarono le nuove direttive del Califfo, qualche mese dopo gli influenti giurisperiti dell’ISIS furono costretti a emanare un nuovo comunicato nel quale minacciavano tutti i membri dell’organizzazione che ignoravano gli ordini e accusavano di infedeltà Al-Zawahiri. Molti combattenti furono imprigionati, alcuni perfino uccisi, dopo essere stati denunciati dalle spie fedeli alla leadership dell’ISIS.

Da questo episodio apparve chiaro a molti combattenti che “l’ISIS è uguale alle altre organizzazioni che si sono arrogate il diritto esclusivo di condurre i combattimenti” e che “non segue i princìpi che rivendica”. “Diversi combattenti scoprirono sulla loro pelle che l’organizzazione piegava i princìpi della dottrina islamica a proprio vantaggio a seconda delle necessità del momento”.

Per Al-Sharq al-Awsat coloro che hanno abbandonato l’organizzazione lo hanno fatto perché questa aveva finito per tradire gli ideali per i quali avevano deciso di combattere.

Infatti, dopo un faccia a faccia tra Abu Hurayra e Turki al-Binali nell’estate del 2014, durante una riunione che serviva a mettere in chiaro agli “scettici” la validità delle nuove linee guida adottate dal Califfo, il combattente libico comprese che “la lealtà nei confronti dell’organizzazione era crollata ed era solo questione di tempo perché l’ISIS venisse dilaniata dalla diserzioni”.

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