Dabiq nr. 8: analisi della rivista dello Stato Islamico.

04/04/2015 22:16Letture: 236

dabiq8Il numero 8 di Dabiq, rivista dello Stato Islamico (IS) pubblicato da Al-Hayat Media Center, concentra la propria attenzione e gli sforzi comunicativi dei suoi redattori sull’Africa.

Il titolo in copertina non lascia dubbi sulla volontà dello Stato Islamico di espandere la propria influenza in tutto il continente: “Solo la Shari’ah governerà in Africa”. La scritta è accompagnata dall’immagine della Gran Moschea di Kairouan, conosciuta anche come Moschea di Uqba, la più importante della Tunisia. Un collegamento visivo e narrativo immediato con il recente attacco al Museo del Bardo di Tunisi, l’azione dello Stato Islamico che, tra quelle più recenti, ha maggiormente colpito l’opinione pubblica occidentale. Nell’attacco sono stati coinvolti sia tunisini sia turisti provenienti da diversi paesi europei, confermando la strategia che vede riuniti, come nemici, infedeli e “musulmani apostati”. (nell’immagine a destra, la copertina del volume nr. 8 di Dabiq)

Un elemento che nell’articolo che celebra Abu Zakariyya e Abu Anas, i due “soldati del terrore” responsabili dell’attentato, è ampiamente sottolineato. Nonostante l’importanza riconosciuta all’evento tunisino, le gesta dei due “martiri” trovano uno spazio relativamente ridotto, da dividere con i militanti dell’IS rimasti uccisi nell’attacco coordinato a Sanaa, e sono poste in secondo piano rispetto ad Abu Ramadan al-Muhajir, il giovane danese responsabile dell’attacco a Copenhagen dello scorso febbraio, di cui si parla nell’introduzione.

L'articolo di Dabiq dedicato all'Africa.

La prospettiva africana si sviluppa nel quarto articolo, intitolato “The bay’ah from West Africa” (“Giuramento di fedeltà dall’Africa occidentale”), che celebra il riconoscimento, da parte di Boko Haram, della leadership di al-Baghdadi. Il riferimento a quella parte di Africa, oltre a contribuire al non riconoscimento dell’entità statale della Nigeria, lascia una porta aperta a una futura alleanza con Al-Shaabab. Un “corteggiamento” nei confronti del movimento somalo sarebbe, infatti, da qualche tempo in corso nei forum e sui social riconducibili allo Stato Islamico.

Il primo articolo dopo l’introduzione propone un’analisi degli alleati di Al-Qaeda nello Sham (“Il Levante”) e si conclude con un riferimento alla “inevitabilità” di una più vasta alleanza tra Al-Qaeda e Stato Islamico. Una possibilità che sembrerebbe più concreta dopo le recenti dichiarazioni di Al-Zawahiri. (nell’immagine a destra, l’articolo dedicato all’Africa)

Ampio spazio è dato ad approfondimenti delle tre principali linee emerse nella narrazione di IS.

Al primo posto i bambini combattenti, definiti “i leoni di domani” e comparsi, nell’atto di uccidere o partecipare alle esecuzioni di prigionieri, nei video di propaganda, di cui sono riproposti alcuni fotogrammi a corredo dell’articolo.

A seguire la distruzione delle opere d’arte, che i giornali occidentali hanno definito “pulizia culturale” e che lo Stato Islamico giustifica come atto dovuto per ristabilire la verità negata, anche attraverso simboli artistici, da popoli contrari alla loro “liberazione” e affermazione.

L'articolo dedicato alle donne.

Infine le donne. È a queste ultime che si rivolge l’articolo più lungo presente sul numero di Dabiq. A scriverlo è una militante che racconta diverse storie di mujahirat, le compagne dei combattenti di IS, giunte da ogni parte del mondo. La narrazione punta a rovesciare l’immagine di donne emarginate e psicologicamente problematiche che scelgono di aderire allo Stato Islamico per disperazione e finiscono violentate o schiave. Le donne raccontate dalla “redattrice” di Dabiq sono invece colte, benestanti, assolutamente consapevoli della propria scelta e vivono felici, nelle terre del “Califfato”, il loro ruolo di mogli e madri. Anche dopo la morte o il ferimento dei loro compagni. L’articolo si concentra sulla loro hijrah, il viaggio dalla terra degli infedeli a quella dello Stato Islamico. (nell’immagine a destra, l’articolo dedicato alle donne)

Poche pagine prima dell’articolo sulle donne – vero e proprio messaggio a sostegno del reclutamento – un altro pezzo, a metà tra articolo e messaggio pubblicitario, invita i simpatizzanti di IS a lasciare i paesi degli infedeli e unirsi alla causa.

Un breve articolo è dedicato anche alla Libia e ripercorre, con riferimenti non distanti da quelli della pubblicistica occidentale, la storia della jihad nel paese dalla rivoluzione a oggi. In questo caso però la narrazione serve a identificare come apostati tutti gli islamici libici che hanno partecipano al processo democratico post-Gheddafi, trasformandoli in obiettivo per i combattenti nell’area.

Questo numero di Dabiq, rispetto al precedente, appare meno cruento e più “politico”, con una forte differenziazione dei pubblici di riferimento. Oltre a legittimare gli eventi di Copenhagen, Tunisi e Sanaa, rafforzare la campagna di reclutamento e “minacciare” i crociati occidentali, lo Stato Islamico si rivolge con maggiore forza al pubblico di riferimento degli alleati, nuovi e futuri, in Africa e Medio Oriente.

In chiusura il consueto articolo a firma presunta di John Cantlie. L’editoriale, dal titolo “Lo spostamento del paradigma” parla della guerra tra Occidente e Islam ed è corredato da una foto pensierosa di Obama. A commento del breve scritto del giornalista si legge, come già in altri casi, una lunga nota dell’editore di Dabiq che si conclude con la frase: “la pausa nella lotta tra musulmani e infedeli non può essere permanente…”.

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